Guardare la montagna lontana

morino

Questo è ciò che sto per fare.
Stringo tra le mani lo shinai (spada di bambù) usando un po’ troppa forza, lo so ma non riesco a rilassare i muscoli delle braccia a sufficienza, l’avversario che ho di fronte è un romano decisamente più grosso e massiccio di me, ha una postura rigida (in flash l’immagine di un centurione) e so che lo scontro sarà molto fisico. Mi preparo all’impatto.
Il kendo è una disciplina poco conosciuta in Italia ma praticata ovunque in Giappone, la si insegna nelle scuole e segue i ragazzi durante gli studi fino all’università: in poche parole è l’arte marziale giapponese per eccellenza. Per praticarlo si indossano una casacca blu detta gi e una sorta di “gonna-pantalone” detta hakama lunga fino ai piedi, una maschera con una griglia d’acciaio davanti agli occhi, un corpetto rigido ed un paio di guanti di cuoio e cotone spesso.
Lanciamo entrambi un urlo gutturale, il kiai, per caricarci. Deve arrivare dal profondo e andare lontano, verso l’orizzonte in cui si perde anche lo sguardo. L’avversario non esiste. Questo è ciò che sto per fare. Con un meccanismo ormai automatico applico l’enzan no metsuke, letteralmente “guardare una montagna lontana”: devo avere una visione d’insieme per cogliere ogni dettaglio del corpo e dello spirito del mio avversario e, se ci riesco, anticiparlo. Per una frazione di secondo mi distraggo, penso che a volte si guardano gli occhi di una persona e si vedono paesaggi lontani, fiori, mondi riflessi, intime proiezioni di passato e futuro. E’ bello quando succede ma ora no. Scattiamo.
Partiamo quasi insieme, i due shinai si colpiscono, scivolano sulle armature e ci troviamo a contatto, uno contro l’altro. L’obiettivo sublime è quello di tagliare in due l’avversario e attraversarlo, prima con lo spirito e poi con il proprio corpo. Le nostre griglie si toccano, sento l’odore del suo sudore, sa di fumo. Lo fisso dritto negli occhi per un paio di secondi ma non lo vedo, urliamo nuovamente e ci allontaniamo tenendoci sotto controllo con gli shinai.
Il kendo può sembrare uno sport cruento, pericoloso, ma è più facile farsi male giocando a pallone. Può essere un ottimo alibi per un animo non violento ma battagliero. Ciò che sto per fare. Decido per un doppio attacco prima con la punta nella zona sotto il mento, lo tsuki, poi sulla testa, il men, in sequenza rapidissima. Niente. Il mio avversario non attacca ma chiude bene gli spazi rintuzzando i miei colpi in maniera irritante. Fasci di raggi di sole tagliano l’aria del palazzetto dello sport di Pavia e sagomano il parquet di legno. Se perdo la concentrazione corro il rischio di beccarmi un colpo e perdere l’incontro. Quello che sto per fare. I cinque minuti a disposizione stanno terminando, ci avventiamo uno contro l’altro come due galli da combattimento, le nostre tele blu ci seguono ondeggiando, ammorbidendo movimenti nervosi, dando poesia all’assalto. Ancora un nulla di fatto. Si sente un fischio, l’arbitro decreta la fine dell’incontro. Pari. Ansimo come un cane da slitta, saluto il mio avversario con una stretta di mano e un sorriso cordiale e sincero, come se fossimo stati a prendere un aperitivo insieme.
Tra me e me però penso che pareggiare non mi piace per niente.

(Grazie a Luca Morino)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...