Onna-bugeisha

Spesso nella cultura occidentale pensiamo che l’universo femminile giapponese (odierno e ancora di più antico) fosse diviso essenzialmente in due sezioni:

  • le geisha
  • le donne normali (mogli soprattutto e madri profondamente soggette alla volontà degli uomini della loro casa)

La realtà ovviamente non è questa, ai giorni nostri, ma non lo è stato neanche in passato.

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Tra le mille sfumature del ruolo femminile nel mondo dell’antico Giappone troviamo le onna-bugeisha, termine che potremmo tradurre in donne samurai. Questa traduzione, però, sottointende  alcune grosse semplificazioni.

Le onna-bugeisha provenivano di fatto dalla stessa classe dei samurai (quindi dall’aristocrazia e comunque dalle classi elitarie dell’era feudale) , ed erano in primis delle perfette okugatasama, ovvero quelle mogli, figli e madri che aspettano a casa i loro uomini portati lontani dalla guerra, occupandosi della casa, dei figli e del menage familiare.

D’altro canto però, proprio mentre gli uomini erano in guerra, proprio la casa e il villaggio circostante erano più soggette ad attacchi da parte di truppe nemiche e di ladroni. Ed erano proprio le onna-bugeisha a organizzare e guidare la difesa dei villaggi e delle case in questi frangenti.

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Stiamo quindi parlando di donne dall’adattabilità eccezionale che sapevano riunire in sé tutte le doti femminili previste dal confucianesimo (mitezza, mansuetudine, sottomissione all’uomo) e tutte le doti militari necessarie ad un buon condottiero (coraggio, forza caratteriale, decisione e prontezza).  I loro compiti spaziavano dalle arti militari, alla gestione economica, all’accudimento di anziani e bambini. Insomma, erano un po’ come certe grintose nostre contemporanee che riescono ad essere top manager, mogli, madri e figlie premurose – tutto assieme.

La leggenda vuole che la prima onna-bugeisha sia stata l’imperatrice Jingu (II secolo d.c.). In un periodo di forte espansione imperialistica giapponese, Jingu servì l’esercito del marito, l’imperatore Chuai, guidandolo alla conquista di una terra – identificata nell’attuale Corea – da tempo rivendicata come destinata a far parte dell’impero giapponese, e ritornando in patria dopo una vittoria ottenuta nel giro di due anni. Alla morte del marito, ancora incinta del futuro erede, divenne sovrana reggente del Giappone. (Jingu fu la prima donna a comparire su una banconota giapponese nel 1881, e la sua presunta tomba imperiale, situata a Nara su un lembo di terra circondato da un fossato ricoperto di fiori, è ancora oggi un luogo molto visitato).

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Le onna-bugeisha si riunivano in piccoli gruppi (le onna bugeisha erano comunque una strettissima minoranza della popolazione femminile) costituiti inizialmente appunto dalle donne appartenenti alla classe samurai, ma in seguito anche da donne che si erano ribellate agli stereotipi esistenti (non spostate, ripudiate,  o per qualche motivo in fuga) o di classi inferiori. Soventemente venivano addestrate sin da bambine secondo i principi della guerra (senso dell’onore e del dovere tipico della classe samurai) e alle tecniche della naginata (più adatta della katana alla struttura fisica femminile asiatica), ma anche del tanto e del kaiken.

Negli anni e nei secoli il ruolo delle onna-bugeisha venne via via sempre più riconosciuto, fino a prevedere l’arruolamento nell’esercito di nuclei di donne samurai.

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Parecchie donne guerriere sono raccontate nelle leggende, nei racconti epici giapponesi e nella storia. Di alcune si sono tramandati nomi e storie:

  • l’imperatrice Jingu
  • Tomoe Gozen, le cui gesta sono narrate nella Heike Monogatari
  • Hojo Masako
  • Nakano Takeko

Ma queste sono altre storie, che spero un giorno di riuscire a scrivere…

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